Parte unoIl segnale
Il 25 settembre 2026 OpenAI ha pubblicato sul proprio sito il racconto di un cliente, Proaction: una startup nordamericana che produce software per le imprese che gestiscono flotte di veicoli, dalle auto ai mezzi da cantiere. È un testo promozionale del fornitore. I numeri che riporta sono stime dell'azienda cliente, non misure indipendenti.
Il protagonista è Colin Knudsen, cofondatore e direttore operativo, che si definisce «una persona non tecnica». Prima, per mostrare il prodotto a un potenziale cliente, doveva coinvolgere gli ingegneri. Ora prepara da solo le dimostrazioni con Codex, l'agente di programmazione di OpenAI. Dopo ogni telefonata di vendita gli fornisce la registrazione della chiamata, le email e i fogli di calcolo del potenziale cliente; Codex costruisce una versione del prodotto con i veicoli e i flussi di lavoro di quel cliente. Knudsen ne prepara da quattro a sei al mese, in 30-45 minuti ciascuna, e stima di risparmiare così 40-60 ore al mese di lavoro degli ingegneri.
Il titolo di OpenAI annuncia vendite in crescita del 60 per cento. Il testo dice un'altra cosa: Knudsen stima che sia aumentata del 50-60 per cento la quota di trattative che passano dal primo contatto alla fase di sviluppo della soluzione. È una stima sull'avanzamento delle trattative, non una misura delle vendite.
Con lo stesso agente l'azienda ha costruito un'area riservata in cui i potenziali clienti esplorano i flussi di lavoro pensati per loro. Knudsen lo usa anche per preparare le risposte ai clienti e aggiornare gli strumenti di vendita, e stima di risparmiare 25-33 ore al mese.
Nella piattaforma i modelli di OpenAI fanno altro ancora. Aiutano a riconoscere i danni nelle foto dei veicoli inviate dai clienti e alimentano agenti vocali. Uno, chiamato Marty, parla con l'autista di un guasto, telefona alle officine, fissa l'intervento e aiuta a far approvare e pagare il preventivo. Il personale di Proaction interviene quando serve una verifica umana.
Che cos'è un agente di programmazione?
È un sistema di IA che scrive programmi a partire da una richiesta formulata in linguaggio comune: chi lo usa descrive il risultato, l'agente produce il codice. Nel caso di Proaction, a chiedere è un dirigente che non scrive codice.
Si può pensare a un traduttore: riceve una richiesta in italiano e la restituisce nella lingua che il computer esegue.
Parte dueLe conseguenze
Per Proaction è una storia di efficienza. In Italia pone una domanda di diritto d'autore: se il codice non lo scrive una persona, di chi è? Da lì discendono le altre: chi può usarlo, chi può copiarlo, che cosa deve dire l'agente quando telefona.
Il software scritto dall'IA è protetto dal diritto d'autore?
Solo se è il risultato del lavoro intellettuale di una persona. Dal 2025 la legge sul diritto d'autore protegge le opere dell'ingegno «umano», anche create con l'ausilio di strumenti di intelligenza artificiale, «purché costituenti risultato del lavoro intellettuale dell'autore» (art. 1 l. 633/1941, modificato dall'art. 25 della legge n. 132/2025). I programmi per elaboratore sono protetti se «originali quale risultato di creazione intellettuale dell'autore» (art. 2, n. 8, l. 633/1941). Il codice civile lega il diritto alla creazione dell'opera, «quale particolare espressione del lavoro intellettuale» (art. 2576 c.c.).
Non basta quindi che un programma esista e funzioni. Per la Cassazione la tutela del software richiede l'originalità, da verificare individuando il «nucleo centrale» dell'opera (Cass. civ. n. 14098/2025). E la stessa Corte ha negato la tutela a testi standard privi di creatività e di originalità, come le condizioni generali di vendita (Cass. civ. n. 274/2025).
Basta descrivere un programma per esserne l'autore?
Probabilmente no: la legge protegge l'espressione, non le idee. L'art. 2, n. 8, l. 633/1941 esclude dalla tutela «le idee e i principi che stanno alla base di qualsiasi elemento di un programma». Chi chiede a un agente una dimostrazione costruita sui camion di un cliente fornisce un'idea; il codice lo scrive la macchina.
È la questione aperta: quanto deve pesare il contributo umano perché il software abbia un autore? Scegliere l'architettura, correggere il codice, riscriverne le parti decisive avvicina il risultato al «lavoro intellettuale dell'autore» richiesto dall'art. 1. Una richiesta generica lo allontana. Dove passi il confine lo diranno i giudici.
Di chi è il software che un dipendente fa scrivere all'IA?
Dell'impresa, se c'è un'opera protetta: salvo patto contrario, il diritto esclusivo di utilizzazione economica del programma creato dal dipendente nelle sue mansioni, o su istruzioni del datore di lavoro, spetta al datore di lavoro (art. 12-bis l. 633/1941). La regola però presuppone un'opera. Se il codice non ha un autore umano, non c'è un diritto d'autore da attribuire: l'impresa ha un programma che usa, non un'esclusiva d'autore da opporre agli altri.
E la titolarità va provata. La Cassazione ha escluso che basti l'iscrizione nel registro pubblico speciale del software tenuto dalla SIAE, che vale al più come presunzione (Cass. civ. n. 12850/2025).
Se il software non è protetto, un concorrente può copiarlo?
Non liberamente: restano il segreto commerciale e la concorrenza sleale. Il codice può essere un segreto commerciale se è segreto, ha valore economico in quanto segreto ed è sottoposto a misure «ragionevolmente adeguate» a mantenerlo tale (art. 98 del Codice della proprietà industriale). Il titolare può vietare ai terzi di acquisirlo, rivelarlo o usarlo in modo abusivo (art. 99).
Questa tutela ha però un limite che l'IA rende più concreto: non vale contro chi ha ottenuto le stesse informazioni «in modo indipendente». Se un concorrente arriva a un codice simile con il proprio agente, senza copiare, il segreto non lo ferma.
Resta la concorrenza sleale: compie un atto illecito chi imita servilmente i prodotti di un concorrente o si appropria dei pregi della sua impresa (art. 2598 c.c.). Per la Cassazione, anche senza un patto di non concorrenza l'imprenditore deve rispettare la correttezza commerciale, e la sottrazione di una banca dati commerciale strutturata è illecita (Cass. civ. n. 14098/2025).
L'agente che telefona deve dire di essere un'IA?
Sì, in Europa: chi fornisce un sistema di IA destinato a interagire direttamente con le persone deve progettarlo in modo che sappiano di parlare con un sistema di IA, salvo che sia evidente (art. 50, par. 1, reg. (UE) 2024/1689). L'obbligo si applica dal 2 agosto 2026 (art. 113). Il regolamento (UE) 2026/1744, l'omnibus digitale sull'IA che a luglio ha rinviato altri obblighi, non ha modificato questa regola.
Un agente come Marty, che chiama un'officina per fissare una riparazione, parla con persone che non hanno scelto di parlare con una macchina. Chi risponde di ciò che concorda al telefono, per esempio un preventivo sbagliato, è un'altra domanda: ne abbiamo scritto a proposito del contratto concluso da un agente di IA.
Cosa deve fare adesso un'impresa che fa scrivere software all'IA?
Tre cose, in quest'ordine.
- Documentare il contributo umano: richieste, scelte di progetto, correzioni, versioni. Serve a dimostrare che il software è frutto del «lavoro intellettuale dell'autore» (art. 1 l. 633/1941) e a chi appartiene, visto che l'iscrizione nel registro della SIAE da sola non basta (Cass. civ. n. 12850/2025).
- Proteggere il codice e i dati: accessi riservati e accordi di riservatezza con dipendenti e consulenti, perché senza misure adeguate il segreto commerciale non esiste (art. 98 c.p.i.). Prima di affidare all'agente registrazioni, email e fogli di calcolo dei clienti, verificare che il fornitore dell'IA li tratti come responsabile del trattamento, sulla base di un contratto (art. 28 GDPR).
- Dichiarare l'IA: gli agenti che parlano con clienti e fornitori devono presentarsi come tali (art. 50 reg. (UE) 2024/1689).