Salario minimo: quanto alto? Lo studio della Banca d’Italia sui mercati concentrati

Uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia stima per la prima volta un effetto collaterale del salario minimo: rafforza le imprese più grandi e le aiuta ad alzare i prezzi. In Italia il salario minimo per legge non c’è. La questione resta però aperta, e i dati dello studio aiutano a capire perché il legislatore ha scelto un’altra strada.

Cosa dice lo studio della Banca d’Italia?

Dice che un salario minimo troppo alto può rafforzare i grandi gruppi a danno di lavoratori e consumatori. Lo studio è il Tema di discussione n. 1547 dell’ottobre 2026, The concentration channel of the minimum wage, firmato da Salvatore Lo Bello e Lorenzo Pesaresi, economisti della Banca d’Italia.

Gli autori stimano un modello sull’economia italiana con dati amministrativi dell’INPS e dell’Istat (periodo 2016-2019). Poi simulano l’introduzione di un salario minimo nazionale, che oggi in Italia non esiste.

Il meccanismo che descrivono è questo:

  • un salario minimo più alto spinge i lavoratori dalle imprese piccole verso quelle grandi;
  • le imprese grandi guadagnano quote di mercato;
  • con più quote di mercato, alzano i prezzi rispetto ai costi.

Gli autori lo chiamano “canale della concentrazione”.

Una precisazione è necessaria. I Temi di discussione presentano risultati preliminari. Le opinioni sono degli autori e non impegnano la Banca d’Italia come istituzione.

Quanto alto dovrebbe essere il salario minimo, secondo lo studio?

Nel modello, il livello ottimale è pari al 70% del salario mediano e tocca direttamente circa il 10% dei lavoratori. Il rapporto tra salario minimo e salario mediano si chiama indice di Kaitz: è la misura usata dagli economisti per confrontare salari minimi di Paesi diversi.

I numeri principali dello studio:

  • a quel livello il benessere complessivo cresce dello 0,8%, misurato in consumi;
  • il potere delle imprese di tenere bassi i salari si riduce, ma l’aumento del loro potere sui prezzi ne annulla in media un terzo;
  • circa un posto di lavoro su sei, tra quelli pagati meno del minimo, viene perso;
  • oltre il 79% del salario mediano, la disuguaglianza torna a crescere, perché i lavoratori meno qualificati perdono più posti degli altri.

Come termine di paragone, gli autori ricordano che la riforma tedesca del 2015 ha toccato il 15% dei lavoratori. Nel loro modello corrisponderebbe al 75% del salario mediano.

La conclusione degli autori è che il salario minimo ottimale dipende dalla struttura dei mercati. Dove pochi gruppi dominano, un minimo alto è sconsigliato. L’effetto è più forte nei settori più concentrati.

Perché in Italia non esiste un salario minimo per legge?

Perché la Costituzione affida la misura della retribuzione a un principio, non a una cifra. L’art. 36 della Costituzione riconosce al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

A riempire quel principio sono i contratti collettivi nazionali (CCNL). La Cassazione lo ha ribadito nel 2026: il giudice che deve stabilire la giusta retribuzione parte dai minimi del CCNL di categoria e può discostarsene solo con una motivazione adeguata. Altri parametri valgono solo in via sussidiaria (Cass. civ. Sez. Lavoro n. 5043/2026).

Lo stesso principio si vede in altre due decisioni:

  • se il lavoratore cambia in corso di causa il CCNL preso come riferimento, la domanda resta la stessa, cioè una retribuzione proporzionata e sufficiente (Cass. civ. Sez. Lavoro n. 1264/2026);
  • l’Ispettorato del lavoro può imporre l’applicazione del contratto che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, anche se diverso da quello scelto dall’impresa (Cons. Stato n. 10382/2025).

Che cosa ha deciso il legislatore?

Ha scelto i contratti collettivi, non una cifra oraria. La legge 26 settembre 2025, n. 144 ha delegato il Governo a garantire una retribuzione proporzionata e sufficiente ai sensi dell’art. 36 della Costituzione. Tra i criteri:

  • individuare, per ogni categoria, i contratti collettivi nazionali più applicati e usarli come trattamento economico minimo di riferimento;
  • imporre negli appalti di servizi minimi allineati a quei contratti;
  • estendere gli stessi minimi ai lavoratori non coperti da un contratto collettivo, applicando quello della categoria più affine;
  • contrastare il cosiddetto “dumping contrattuale”, cioè la concorrenza al ribasso tra contratti firmati da sigle poco rappresentative.

Il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, convertito dalla legge 25 giugno 2026, n. 112, ha confermato la scelta. Disciplina il “salario giusto” con un rinvio al trattamento economico complessivo dei contratti collettivi e non fissa un minimo orario per legge.

Le Regioni possono fissare un minimo di nove euro?

Non come regola generale, e negli appalti la Corte costituzionale ha già messo dei limiti. Le due sentenze vanno lette insieme:

  • sulla legge della Puglia, che usa la soglia di nove euro l’ora per scegliere il contratto collettivo da indicare nelle gare regionali, la Corte ha dichiarato inammissibili le questioni del Governo, perché il ricorso trattava la norma come un salario minimo generale, che non è (Corte cost. n. 188/2025);
  • sulla legge della Toscana, che premiava nei bandi le imprese che pagano almeno nove euro lordi l’ora, la Corte ha dichiarato illegittimo l’art. 1: il criterio incide sull’esito della gara, quindi tocca la tutela della concorrenza, che spetta allo Stato (Corte cost. n. 60/2026).

La sentenza sulla Puglia lascia aperte le questioni di competenza. Un ricorso costruito in modo diverso potrebbe avere un esito diverso.

L’Unione europea obbliga l’Italia a introdurlo?

No. La direttiva (UE) 2022/2041 sui salari minimi adeguati non impone un salario minimo legale ai Paesi in cui i salari sono fissati dai contratti collettivi, come l’Italia. La Corte di giustizia, con la sentenza dell’11 novembre 2025 (causa C-19/23), ha annullato solo in parte l’art. 5 della direttiva. Quell’articolo riguarda i criteri per fissare il salario minimo legale, quindi gli Stati che lo hanno già.

Che cosa insegna lo studio al dibattito italiano?

Che la domanda non è solo “salario minimo sì o no”, ma anche “quanto alto e in quali mercati”. Fin qui il fatto. Quella che segue è un’interpretazione.

Lo studio non confronta il sistema italiano dei contratti collettivi con un minimo legale unico. Offre però un dato utile a chi legge le norme: lo stesso minimo produce effetti diversi a seconda di quanto è concentrato il settore. Un sistema che lavora per categorie, come quello scelto dal legislatore, può in teoria tenerne conto. Una cifra unica nazionale no. Se poi la scelta funzioni davvero dipende da due fattori che lo studio non misura: quali contratti verranno presi come riferimento e quanto saranno efficaci i controlli.

Sul piano pratico, per lavoratori e imprese, la regola resta quella fissata dai giudici:

  • il lavoratore pagato meno dei minimi del CCNL di categoria può chiedere le differenze ai sensi dell’art. 36 della Costituzione;
  • l’impresa che applica un contratto con minimi più bassi si espone a quella domanda e al potere di disposizione dell’Ispettorato.

Fonti

Nota della Redazione

Ogni decisione citata è verificata sul provvedimento originale. Quando il documento può essere legittimamente ripubblicato senza esporre dati personali, mettiamo a disposizione anche il testo integrale.

Condividi:

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *