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Cassa integrazione più generosa, meno lavoratori cambiano impresa: lo studio della Banca d’Italia

Il 20 ottobre 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato nella collana Temi di discussione lo studio n. 1544, «Cassa integrazione, tasso di sostituzione e mobilità del lavoro». Lo firmano quattro economisti dell’Istituto: Gaetano Basso, Emanuele Ciani, Francesco Manaresi e Lorenzo Pesaresi. La domanda è semplice: se la cassa integrazione paga di più, il lavoratore cerca meno un altro impiego?

La risposta è sì. L’effetto è contenuto, ma non colpisce tutti allo stesso modo. Una precisazione: la collana ospita risultati preliminari, e le opinioni sono degli autori, non della Banca.

Che cosa ha misurato lo studio?

Lo studio misura quanto il tasso di sostituzione della cassa integrazione incide sulla probabilità che un lavoratore passi a un’altra impresa. Il tasso di sostituzione è il rapporto tra l’assegno ricevuto e la retribuzione persa.

I dati sono quelli dell’INPS. Il campione comprende 145.594 lavoratori a tempo pieno e indeterminato, seguiti dopo il primo periodo di cassa integrazione iniziato tra il 2008 e il 2017. Gli anni coperti vanno dal 2008 al 2019, quindi la Grande Recessione e la crisi del debito sovrano.

Il metodo sfrutta una particolarità della legge di allora. L’assegno aveva due tetti diversi, a seconda della retribuzione. Nel 2016, sotto i 2.102,24 euro mensili il tetto era di 971,71 euro; sopra, di 1.167,91 euro. Superata la soglia, quindi, l’assegno saliva di circa 200 euro e il tasso di sostituzione di circa 10 punti. Gli autori confrontano i lavoratori appena sotto e appena sopra la soglia: persone quasi identiche, che si distinguono solo per la generosità dell’assegno. La differenza nei loro comportamenti misura l’effetto dell’assegno.

Che cosa hanno trovato gli autori?

Con 10 punti di copertura in più, la probabilità di restare nella stessa impresa dopo un anno sale di 2,2 punti, cioè di circa il 3%. La probabilità di passare a un’altra impresa scende di 1,7 punti: circa il 20% in meno rispetto al livello di partenza.

L’effetto non è uniforme. È più forte tra i lavoratori più giovani e nei mercati del lavoro locali con più disoccupazione. Soprattutto, si concentra sui lavoratori con una produttività individuale più bassa, stimata dagli autori attraverso i salari. Sono loro a rinunciare più spesso al passaggio verso imprese che pagano meglio. Secondo gli autori, nelle imprese che usano la cassa integrazione la qualità media del personale peggiora.

Sul costo per lo Stato il giudizio è più rassicurante. Gli autori stimano che la generosità dell’assegno trattenga in cassa integrazione pochi lavoratori in più: l’effetto è minore di quello che la letteratura economica attribuisce all’indennità di disoccupazione. Il costo fiscale aggiuntivo, scrive la Banca d’Italia nella sintesi, è «relativamente contenuto».

La regola studiata vale ancora?

No. Il doppio tetto non esiste più. L’art. 3, comma 5-bis, del d.lgs. 148/2015 stabilisce che, per i periodi di sospensione o riduzione dell’attività decorrenti dal 1° gennaio 2022, il tetto più basso «cessa di produrre i propri effetti». Oggi l’assegno, pari all’80% della retribuzione persa (art. 3, comma 1), non può superare un unico importo massimo, «indipendentemente dalla retribuzione mensile di riferimento». L’importo si rivaluta ogni anno (art. 3, comma 6).

Lo studio, quindi, non descrive la regola di oggi. Misura una leva: quanto la generosità dell’assegno trattiene il lavoratore nell’impresa. Da qui una deduzione, che lo studio non verifica: con il tetto unico, i lavoratori che prima stavano sotto la soglia possono ricevere un assegno più alto. Se la logica dello studio regge, per loro l’incentivo a restare è aumentato. Lo diranno i dati successivi al 2022.

Chi è in cassa integrazione può lavorare altrove?

Sì, ma perde l’assegno per le giornate lavorate. Lo prevede l’art. 8 del d.lgs. 148/2015. Il lavoratore deve comunicarlo prima all’INPS, altrimenti decade dal diritto al trattamento (comma 2). Deve anche informare subito il datore di lavoro (comma 2-bis).

La decadenza è una sanzione seria. Sotto la disciplina precedente, la Cassazione ha chiarito che non riguarda solo il periodo dell’attività non comunicata, e che non conta che l’INPS potesse conoscerla per altre vie (Cass. 16720/2024).

Chi decide quali lavoratori vanno in cassa integrazione?

L’impresa, ma con criteri dichiarati e controllabili. L’art. 14 del d.lgs. 148/2015 obbliga l’impresa a comunicare prima ai sindacati le cause della sospensione o della riduzione, l’entità, la durata prevedibile e il numero dei lavoratori interessati. Su richiesta segue un esame congiunto. La procedura si chiude entro 25 giorni, ridotti a 10 per le imprese fino a 50 dipendenti.

La giurisprudenza presente sul sito è rigorosa:

  • se l’impresa non comunica i criteri specifici di scelta, la sospensione è illegittima e il lavoratore può chiedere la retribuzione piena (Cass. 4540/2024);
  • nella cassa integrazione straordinaria l’impresa deve spiegare anche perché non applica la rotazione, pure se l’unità produttiva ha cessato l’attività (Cass. 7642/2024);
  • spetta al datore provare le ragioni che rendono impossibile la rotazione; se la mancata rotazione è illegittima, il danno si misura sul solo periodo in cui il lavoratore avrebbe lavorato a turno (Cass. 13685/2024).

Che cosa cambia per l’impresa in crisi?

Lo studio aggiunge un costo poco visibile della cassa integrazione: chi resta non è un campione neutro del personale. Restano di più i lavoratori meno produttivi, mentre gli altri continuano a muoversi. Per un’impresa che usa la cassa integrazione come ponte verso la ripresa, la squadra al momento del rientro può essere più debole di quella di partenza.

Questa è la nostra lettura, non una conclusione dello studio, che non analizza le scelte delle singole imprese. Ne seguono tre indicazioni pratiche:

  • stimare in anticipo chi rischia di andarsene, e mettere questo rischio nel piano di risanamento accanto al risparmio sul costo del lavoro;
  • costruire criteri di scelta e di rotazione oggettivi e documentati, perché sono loro a decidere chi sta fuori e per quanto tempo, e un giudice può verificarli;
  • regolare per tempo la comunicazione delle attività svolte durante la cassa integrazione, che tutela il lavoratore dalla decadenza e l’impresa da contestazioni.

Che cosa resta aperto?

Lo studio misura l’effetto vicino alla soglia, dove si trova però una quota ampia dei lavoratori italiani. I suoi dati si fermano al 2019: non coprono la pandemia né il tetto unico in vigore dal 2022. Resta da verificare se l’aumento dell’assegno per le retribuzioni più basse, deciso con il tetto unico, abbia ridotto la loro mobilità come lo studio lascerebbe prevedere.

Fonti

Nota della Redazione

Ogni decisione citata è verificata sul provvedimento originale. Quando il documento può essere legittimamente ripubblicato senza esporre dati personali, mettiamo a disposizione anche il testo integrale.

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