Spesa previdenziale tra inflazione flessibilità in uscita e tenuta di lungo periodo (Corte dei Conti Sez. Riunite contr. n. 16 del 02.10.2025)
Principi di diritto (Massima)
La spesa per le prestazioni strettamente pensionistiche è prevalentemente determinata dall’adeguamento all’inflazione dei trattamenti, i cui effetti sono strutturalmente attenuati dalla revisione del meccanismo di rivalutazione disposta dalle leggi di bilancio 2023 e 2024. L’evoluzione reale della spesa sconta il mancato adeguamento, nelle ultime tre tornate biennali, dei requisiti di accesso al pensionamento alla variazione della speranza di vita, con effetto di contenimento la cui piena ripresa è prevista dal 2027. Il nuovo assetto della flessibilità in uscita, imperniato sul ricalcolo contributivo e su requisiti di tutela, riduce drasticamente i pensionamenti in deroga e riafferma la centralità della legge n. 214/2011. Nel lungo periodo la crescita del rapporto tra spesa pensionistica e Pil è ascrivibile in misura prevalente all’aumento dell’indice di dipendenza degli anziani e richiede politiche coerenti con la sostenibilità economico-finanziaria e sociale del sistema.
Il Fatto
La Corte dei conti, Sezioni riunite in sede di controllo, ha approvato il Quaderno n. 3 dei Quaderni del Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, dedicato alla spesa per la previdenza. Il documento fa il punto sul consuntivo 2024 delle prestazioni sociali in denaro e previdenziali, sulle previsioni di breve termine contenute nei documenti di finanza pubblica e sulle proiezioni di lungo periodo, confrontando i dati italiani con quelli dei principali paesi dell’Area dell’euro.
L’analisi non definisce un giudizio su singole gestioni, ma ricostruisce le tendenze del comparto alla luce degli shock susseguitisi nell’ultimo lustro: l’emergenza pandemica, la recessione e la crisi energetica con il conseguente shock inflazionistico. A questi si aggiungono gli sviluppi normativi in materia pensionistica e assistenziale, dalla flessibilità in uscita alle misure di contrasto della povertà.
La Motivazione della Corte
Nel 2024 la spesa per prestazioni sociali in denaro si attesta su 446 miliardi, pari al 20,3 per cento del Pil e al 49,3 per cento della spesa corrente primaria. L’incidenza sul prodotto resta la più elevata del confronto europeo, superiore di 3,4 punti alla media dell’Area dell’euro, con un differenziale stabile rispetto al periodo pre-pandemico. La spesa per prestazioni previdenziali raggiunge 400,4 miliardi, di cui 335,9 miliardi riferiti alle prestazioni strettamente pensionistiche, in crescita del 5,5 per cento in termini nominali.
Il valore riflette in primo luogo l’adeguamento all’inflazione, calcolato su un indice di riferimento del 5,4 per cento. Gli effetti sulla spesa sono stati strutturalmente attenuati dalla revisione del meccanismo di indicizzazione operata dalla legge n. 197/2022 e integrata dalla legge n. 213/2023, che ha ridotto ulteriormente la percentuale di rivalutazione per i trattamenti superiori a dieci volte il minimo INPS. La Corte quantifica i risparmi derivanti dalla disciplina per fasce di reddito e ne evidenzia la progressiva riduzione nel periodo previsionale.
L’evoluzione della componente reale della spesa sconta inoltre il mancato adeguamento, nelle ultime tre tornate di revisioni biennali, dei requisiti di accesso al pensionamento alla variazione della speranza di vita. Le alterazioni degli indici di mortalità nella fase pandemica hanno restituito differenze di segno negativo, con effetti che la Corte qualifica come strutturali. La piena ripresa del meccanismo è prevista dal 2027, quando si ipotizza un incremento di tre mesi dei requisiti anagrafici e contributivi.
Quanto al nuovo assetto della flessibilità in uscita, il documento rileva che le leggi di bilancio 2023 e 2024 hanno posto in primo piano il rispetto dell’equilibrio attuariale, attraverso il ricalcolo contributivo dei trattamenti anticipati e la selezione dei destinatari per categorie di tutela. Ne deriva una contrazione dei flussi di pensionamento anticipato pari al 9 per cento nel 2024, con una riduzione più marcata per le donne nel settore privato. Le domande accolte per le misure in deroga si riducono a poche migliaia di unità, a fronte delle oltre 480 mila adesioni complessive al sistema delle Quote registrate dal 2019.
Sul versante della previdenza complementare, la Corte esprime perplessità per la possibilità, introdotta dall’ultima legge di bilancio, di computare le rendite integrative ai fini del raggiungimento delle soglie di accesso al pensionamento. Tale opzione, secondo il documento, dovrebbe invece restare strumentale al sostegno del tasso di sostituzione, evitando di anticipare l’uscita dal mercato del lavoro. Le proiezioni di lungo periodo confermano infine che la crescita del rapporto tra spesa pensionistica e Pil è da ascrivere in misura prevalente all’aumento dell’indice di dipendenza degli anziani, solo in parte mitigato dai miglioramenti del mercato del lavoro.
Nota della Redazione
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