Revocatoria ordinaria: presunzione e prova presuntiva della scientia damni (Cass. civ. Sez. 3 n. 16168 del 25.05.2026)

Principi di diritto (Massima)
In tema di azione revocatoria ordinaria, la consapevolezza del pregiudizio (c.d. scientia damni) non è oggetto di una presunzione iuris tantum, ma costituisce un fatto che il creditore deve provare, anche mediante presunzioni semplici ex art. 2729 cod. civ. La prova presuntiva è ammissibile e il relativo apprezzamento è incensurabile in sede di legittimità, purché gli indizi siano gravi, precisi e concordanti. Il ricorso alla presunzione iuris tantum per affermare la sussistenza del consilium fraudis, con conseguente inversione dell’onere probatorio a carico del debitore, contrasta con l’art. 2697 cod. civ. e integra violazione di legge censurabile ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ. La qualificazione degli elementi presuntivi secondo i canoni di gravità, precisione e concordanza è suscettibile di sindacato di legittimità solo quando il giudice di merito li abbia sussunti erroneamente, applicando la norma in astratto ma non in concreto.

Il Fatto

Una banca agiva in giudizio con azione revocatoria ordinaria ex art. 2901 cod. civ. nei confronti di un debitore fideiussore, che aveva conferito in una società a lui facente capo un immobile, dopo il sorgere della propria esposizione debitoria. Il Tribunale accoglieva la domanda e la Corte d’Appello rigettava l’impugnazione dei soccombenti, i quali proponevano ricorso per cassazione articolato in sedici motivi.

La Motivazione della Corte

La Corte di legittimità ha ripercorso i motivi di ricorso, dichiarando inammissibili quelli concernenti la dedotta omessa pronuncia, la motivazione apparente e l’omesso esame di fatti decisivi. Ha invece accolto il tredicesimo e il quattordicesimo motivo, incentrati sulla violazione degli artt. 2697 e 2729 cod. civ. in tema di requisito soggettivo dell’azione revocatoria.

La decisione impugnata aveva affermato che la consapevolezza del pregiudizio si presume sino a prova contraria, tanto più se tra le parti contraenti sussistono stretti legami, e che, stante il rapporto di coniugio tra il debitore e la moglie, il consilium fraudis dovesse ritenersi presunto con conseguente onere probatorio a carico dei convenuti.

La Suprema Corte ha chiarito che, quando l’atto dispositivo è successivo al sorgere del credito, l’unica condizione per l’esercizio dell’azione è la conoscenza del pregiudizio da parte del debitore e, per gli atti a titolo oneroso, dell’analoga consapevolezza del terzo. Tale conoscenza non è assistita da alcuna presunzione legale, ma deve essere provata dal creditore anche per mezzo di prove presuntive, il cui apprezzamento spetta al giudice di merito. Evocare una presunzione iuris tantum per fondare l’esistenza della scientia damni equivale a sovvertire la regola dell’onere probatorio di cui all’art. 2697 cod. civ.

La Corte ha precisato i contenuti dei requisiti di cui all’art. 2729 cod. civ.: la gravità quale elevato grado di attendibilità, la precisione come non equivocità dell’inferenza e la concordanza quale convergenza di più indizi. Il controllo di legittimità sulla corretta applicazione della norma è limitato al vizio di sussunzione, ovvero all’ipotesi in cui il giudice di merito abbia applicato la regola in astratto ma l’abbia riferita a fattispecie non riconducibili ai suoi canoni.

Nella specie, la corte territoriale aveva impropriamente valorizzato il rapporto di coniugio e il generico dubbio sulla legittimità dell’operazione, senza compiere una verifica degli elementi presuntivi secondo i criteri legali. Ne è derivata la cassazione con rinvio della sentenza per nuovo esame.

Nota della Redazione

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