Prova del nesso causale e omessa consulenza tecnica d’ufficio (Cass. civ. Sez. 3 n. 6915 del 15.03.2025)
Principi di diritto (Massima)
Il provvedimento con cui il giudice di merito rigetta l’istanza di consulenza tecnica d’ufficio è censurabile per cassazione, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ., quando prescinde da una valutazione della rilevanza del mezzo in rapporto al tema controverso e al compendio probatorio acquisito. Nelle controversie che, per il loro contenuto, richiedono un accertamento tecnico, il mancato espletamento della consulenza, specie a fronte di istanza di parte, integra una carenza nell’accertamento dei fatti e si traduce in un vizio della motivazione. La decisione di ricorrere o meno alla consulenza resta affidata alla discrezionalità del giudice, che è però tenuto a motivare adeguatamente il rigetto, senza poterlo fondare sul presupposto della mancata prova dei fatti che la consulenza avrebbe potuto accertare.
Il Fatto
Il ricorrente, in proprio e quale erede della dante causa, e quest’ultima erano proprietari di un’azienda agricola situata tra due comuni. La strada di accesso, di titolarità di uno degli enti locali, era divenuta intransitabile per mancata manutenzione, eventi calamitosi e abusivi interventi di privati. Ne sarebbe conseguito che, invece dei cinquecento metri teoricamente percorribili, per l’accesso si rendevano necessari dodici chilometri, con pregiudizio per l’attività aziendale.
Convenuto il comune per il ristoro dei danni, la domanda era stata rigettata in primo grado. La Corte di appello aveva disatteso il gravame riconoscendo che il tracciato ricadeva nel territorio dell’ente convenuto e che veniva in rilievo l’attività materiale di manutenzione omessa, non la discrezionalità amministrativa; aveva però negato il nesso causale per mancata dimostrazione del pregiudizio alla redditività aziendale. Il ricorrente ha proposto ricorso per cassazione.
La Motivazione della Corte
La Corte esamina congiuntamente i primi tre motivi, incentrati sulla violazione dell’art. 24 Cost., degli artt. 115 e 244 cod. proc. civ., nonché dell’art. 2043 cod. civ. e dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ. Il ricorrente lamenta che la Corte territoriale abbia dichiarato infondata la domanda dopo aver disatteso le richieste istruttorie, in specie la consulenza tecnica d’ufficio, obliterando il valore almeno indiziario della consulenza di parte.
Sul punto della condotta, la Suprema Corte rileva che è sceso il giudicato interno, per omessa impugnazione della relativa statuizione. Esso prevale rispetto a quello invocato dall’ente locale, che aveva richiamato la pronuncia del Consiglio di Stato con cui era stata negata la sussistenza di un interesse legittimo pretensivo alla manutenzione dei beni pubblici.
Sul nesso causale, invece, la motivazione è ritenuta del tutto apparente. La Corte territoriale si è riferita alla persistente possibilità di coltivazione e ha negato l’incidenza dei fatti accertati sulla redditività aziendale. La prima affermazione nulla dice sui maggiori costi correlabili all’accesso più lungo; la seconda è puramente assertiva e perplessa, senza che sia comprensibile se la conclusione sia correlata a un elemento istruttorio.
Escludendo apoditticamente ogni valore anche indiziario della consulenza tecnica di parte, il giudice di merito ha negato ingresso, senza specifica motivazione, a una consulenza d’ufficio che approfondisse le proprie perplessità. La Corte ribadisce che la decisione di ricorrere o meno alla consulenza è discrezionale, ma il rigetto dell’istanza di parte esige motivazione adeguata: il giudice non può limitarsi a disattendere l’istanza sul presupposto della mancata prova dei fatti che la consulenza avrebbe potuto accertare.
I primi tre motivi sono pertanto accolti per quanto di ragione, assorbito il quarto, con cassazione della decisione impugnata e rinvio alla Corte di appello perché, in diversa composizione, si pronunci anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Nota della Redazione
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