Onere probatorio dell’accusa nella confisca allargata a terzi (Cass. pen. Sez. 5 n. 1704 del 15.01.2026)

Principi di diritto (Massima)
In tema di confisca allargata ex art. 240-bis cod. pen., la presunzione relativa di illecita accumulazione patrimoniale non opera quando il cespite sia formalmente intestato a un terzo, ma si assuma nella effettiva disponibilità del condannato. In tal caso, incombe sull’accusa l’onere di dimostrare, mediante elementi fattuali connotati da gravità, precisione e concordanza, la discrasia tra titolarità apparente e disponibilità effettiva del bene, non essendo sufficiente la sola presunzione fondata sulla sproporzione tra valore dei beni e reddito dichiarato dal terzo. Il bene può essere confiscato per l’intero solo se risulti integralmente riconducibile all’iniziativa economica del condannato; qualora questi abbia contribuito solo in parte all’acquisto, la confisca può essere disposta esclusivamente per la quota corrispondente all’entità del contributo fornito. Nel giudizio di rinvio, il giudice è vincolato al principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione, la cui violazione determina l’annullamento della pronuncia.

Il Fatto

La Corte d’assise d’appello di Napoli, quale giudice dell’esecuzione, aveva parzialmente accolto l’incidente di esecuzione promosso da tre ricorrenti, opponendosi alla confisca di beni loro intestati, disposta con sentenza irrevocabile ai sensi dell’allora art. 12-sexies d.l. n. 306/1992, oggi art. 240-bis cod. pen., nei confronti di un soggetto condannato per il delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen. Il giudice dell’esecuzione, decidendo dopo un annullamento con rinvio disposto dalla Prima sezione della Corte di cassazione, aveva riconosciuto alle ricorrenti solo una parte dei crediti vantati, rigettando nel resto le richieste di revoca della confisca.

La Motivazione della Corte

La Quinta sezione penale ha accolto il primo motivo di ricorso, ritenendo fondata la doglianza circa la violazione del vincolo derivante dal giudicato interno formatosi a seguito della sentenza di annullamento. La Corte ha ricordato che il giudice di rinvio, pur conservando la libertà di determinare il proprio convincimento di merito, è tenuto a conformarsi allo schema valutativo e agli accertamenti imposti dalla sentenza rescindente, con il limite di non reiterare i vizi motivazionali già rilevati.

Nel caso di specie, la sentenza di annullamento aveva imposto di verificare se, e in quale entità, i capitali confluiti nelle operazioni immobiliari fossero riconducibili al condannato e derivassero dalla sua attività illecita. Il giudice dell’esecuzione, invece, si era limitato ad accertare l’incapienza reddituale delle ricorrenti e la dubbia affidabilità della documentazione contrattuale, omettendo qualsivoglia indagine sulla provenienza delle risorse economiche impiegate dal condannato. La Corte ha escluso che la sola sproporzione tra i redditi del terzo intestatario e il valore dei beni possa integrare la prova della disponibilità in capo al condannato, atteso che tale presunzione è prevista dall’art. 240-bis cod. pen. solo nei confronti dell’imputato.

La Corte ha, inoltre, censurato l’assunto del provvedimento impugnato secondo cui il terzo che chiede la revoca della confisca dovrebbe fornire la prova della provenienza lecita della provvista. Al contrario, il terzo estraneo al giudizio di cognizione è gravato di un mero onere di allegazione, mentre l’onere di provare la discrasia tra intestazione formale e disponibilità effettiva del bene grava sull’accusa. Tale prova deve fondarsi su elementi fattuali di spessore indiziario, connotati da gravità, precisione e concordanza, idonei a dimostrare che il terzo si sia prestato alla titolarità apparente al solo fine di salvaguardare il bene dalla confisca.

Nota della Redazione

Ogni decisione citata è verificata sul provvedimento originale. Quando il documento può essere legittimamente ripubblicato senza esporre dati personali, mettiamo a disposizione anche il testo integrale.

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